Il fiammifero di Follereau e la politica che non si serve
Fioroni: «Così ho rifiutato il treno di Andreotti e le poltrone di Berlusconi»
Da «Ovunque è il centro. Dalle cose della vita, della politica», di Giuseppe Fioroni in dialogo con il sociologo Angelo Palmieri (Rubbettino Editore)
Ci sono due «no» che valgono più di mille manifesti elettorali, di mille tweet lanciati nella mischia del consenso quotidiano, di mille dirette Instagram costruite a tavolino. Il primo risale al 1984. Giulio Andreotti, con la sua voce di pergamena, gli sussurra: «Il treno passa una volta sola». Quel ragazzo di Viterbo, figlio di un macellaio e di una madre che gli ha cucito addosso il senso del dovere, quel treno lo guarda passare. Sceglie di restare sul binario della sua autonomia, di tornare a fare il medico, di custodire quella distanza vitale che oggi, in un’epoca di politici precari e ricattabili, sembra un reperto archeologico.
Il secondo «no» arriva nel 2011, quando il sistema sta per collassare e dal centrodestra gli offrono il mondo: vicepresidenza del Consiglio, Ministero dell’Interno, poltrone per i suoi amici. Basta un «si» e la sua carriera è blindata. Ma Giuseppe Fioroni pensa a quello specchio del bagno, al rito di lavarsi il viso la mattina. «Se in quel gesto quotidiano non provi vergogna, allora vuol dire che sei ancora in pace con la tua coscienza». E dice di no.
Questi due «no» sono la chiave di volta per leggere il suo ultimo, denso libro, Ovunque è il centro (Rubbettino Editore), scritto a quattro mani con Angelo Palmieri. Perché Fioroni, che di strada ne ha fatta – sindaco, ministro, parlamentare per cinque legislature – non ha mai dimenticato da dove è partito. E quel sacchetto di panini col salame che si portava dietro nel 1976, quando con la Fiat 850 del padre macellaio andava a fare il test di ammissione al Gemelli, lo tira fuori, metaforicamente, a ogni pagina, per sbatterlo in faccia a una politica che ha smarrito la fame di verità per abbuffarsi di apparenza.
Questo non è il solito libro di memorie in cui l’ex politico di turno si concede il lusso di leccarsi le ferite o di distribuire patenti di buona politica. È un libro che puzza di strada, di corsie d’ospedale, di sagrestie e di aule scolastiche. È un libro che ti prende per il bavero e ti chiede: ma tu, la politica, la stai servendo o te ne stai servendo?
Le radici: lo scout, i preti di quartiere, Agostino e Stirner
Tutto comincia molto prima della Democrazia cristiana, molto prima del Parlamento. Comincia in un quartiere popolare di Viterbo, Pianoscarano, dove nasce il gruppo scout Viterbo 4. È lì, tra la strada, la tenda, la sestiglia, la squadriglia, che il piccolo Beppe impara una verità che non lo abbandonerà più: «Servire significa spostare il baricentro da sé all’altro senza smarrirsi». A quindici anni guida un gruppo di bambini e capisce che l’autorità autentica non coincide con il comando, ma con la custodia.
E poi ci sono i preti. Don Agostino Petroselli, che vivrà una grande esperienza missionaria in America Latina, e don Fausto Parisi, filosofo morale, con cui condividerà il cammino scout – lui Akela, don Fausto Baloo. «Con loro la fede si misurava con la carne viva dei quartieri, con le attese dei ragazzi, con le povertà che non fanno rumore ma scavano le storie». Don Agostino voleva smuovere, provocare. In un quartiere abbandonato non bastava una presenza ecclesiale ordinaria. Occorreva inventare una proposta più incisiva. Ed è lì che prendono corpo alcuni valori che diventeranno la bussola di una vita: il bene comune, la dignità della persona, la gratuità, la corresponsabilità, l’attenzione agli ultimi.
Parallelamente, tra i banchi di una scuola cattolica retta dai Fratelli Maristi, il giovane Fioroni si mette a leggere. E non letture leggere. Da una parte Agostino, con le Confessioni e La Città di Dio; dall’altra Max Stirner, con quella radicale esaltazione dell’io che in lui assume una forza quasi corrosiva. Accostare queste letture metteva in evidenza le spinte contrapposte tipiche dell’età in cui si comincia a decidere che cosa essere. «Agostino mi consegnava l’idea di un uomo inquieto, mai autosufficiente, segnato da un desiderio che non si esaurisce nel possesso di sé. Stirner rompeva ogni rassicurazione: l’individuo come unico, come irriducibile, come soggetto insofferente verso ogni universalismo astratto».
E poi ci sono Kierkegaard e Pascal, grazie al professore di filosofia Gianni Piccioni. «Di Pascal mi colpiva la radicalità della scommessa, e spesso la richiamavo anche in modo provocatorio, quasi scherzoso, nelle discussioni con alcuni amici atei della sinistra. Dicevo loro: guardate che, se proprio bisogna puntare alla roulette dell’esistenza, conviene pur sempre giocarsi la carta di una vita futura, di un oltre che dia compimento al presente, piuttosto che scommettere di finire «bagarozzi e basta»». Una battuta, certo, ma fino a un certo punto. Dietro quella ironia c’era una questione seria: la vita obbliga sempre a scegliere, anche quando si finge di non farlo.
Arrivano poi Mounier e Maritain, grazie a padre Agostino Montan e a don Fausto Parisi. E la Dottrina sociale della Chiesa, che per Fioroni non è mai stata «un elenco di norme o un prontuario morale, ma una stella polare da portare dentro la realtà quotidiana». Don Fausto amava ripetergli: «Siamo fortunati, perché nella Dottrina sociale della Chiesa avevamo ben chiaro dove andare: il nord da seguire, la nostra stella polare».
E ancora, figure che oggi vengono ricordate troppo poco: Ildegarda di Bingen, mistica e consigliera politica; Giuseppe Toniolo, ispiratore di un’economia sociale capace di mettere al centro la persona; Giuseppe Moscati, con quella formula tanto semplice quanto radicale – «Chi può metta qualcosa, chi ha bisogno prenda»; e Santa Rosa da Viterbo, «una ragazza giovanissima che, dentro il suo tempo, seppe sottrarsi al silenzio imposto e farsi voce della comunità».
La promessa ai genitori e quel «non servirsene» che sa di rivolta silenziosa
È da questo retroterra che matura la decisione di iscriversi al Movimento giovanile della Democrazia cristiana. Ma quando, al congresso di Maiori del 1984, Andreotti gli fa proporre un impegno diretto e pieno nella politica, Fioroni oppone un principio che per lui non è trattabile: «Prima devo sistemarmi sul piano professionale».
In quella risposta c’era una promessa fatta a papà Paolo e a mamma Teresa. «Mia madre è stata una presenza costante, una figura decisiva. Insieme a mio padre mi ha insegnato molto presto che, per poter fare politica con libertà e dignità, occorre prima avere una professione e poi tutto il resto». Mia madre aveva una capacità impressionante di seguire tutto ciò che mi riguardava. Attraverso i giornali, la radio, le notizie, riusciva a ricostruire ogni passaggio. E lo faceva anche nei momenti più complessi, quando sul piano locale ero diventato l’uomo da battere e nei miei confronti si concentrava un martellamento continuo e aggressivo. Mi è stata semplicemente accanto, sempre.
Andreotti, davanti alla sua esitazione, gli lascia una frase che resta: «Il treno passa una volta sola». «Era una frase asciutta, di quelle che sembrano appartenere al linguaggio comune e invece, in certi passaggi della vita, acquistano il peso di una consegna. Sentivo, con una chiarezza che ancora oggi mi accompagna, che salire su quel treno al prezzo della mia autonomia avrebbe significato smarrire qualcosa di più importante dell’occasione stessa».
E quando Franco Evangelisti, storico dirigente della DC e uomo fra i più vicini ad Andreotti, lo guarda con un sorriso appena accennato che sembra una riserva verso la sua scelta, Fioroni capisce che la sua strada non può dipendere esclusivamente dall’investitura politica. Torna al Gemelli, torna a Viterbo, rimette i piedi nel solco. «Potrebbe sembrare un passo indietro. In realtà fu, almeno per me, un modo per rientrare più a fondo nella realtà».
Da qui nasce anche la sua ossessione per i «polli da batteria»: «Con quella formula volevo denunciare una politica che rinuncia a formare persone libere e preferisce fabbricare obbedienze. Pensavo a quelli che, senza un titolo, senza una professione, diventano tutto da ragazzi e continuano a farlo per tutta la vita». Non era moralismo: era una critica alla dipendenza strutturale. «Chi non ha mai conosciuto altra misura di sé fuori dalla politica rischia di confondere il servizio con la sopravvivenza».
Il Re di Svezia, la Regina e quel ballo goffo che rompe ogni protocollo
A leggere questo dialogo con Palmieri, salta fuori un’Italia che ha i tratti della provincia profonda, ma che guarda il mondo dritto negli occhi. E spuntano aneddoti che ti restituiscono l’umanità di chi ha vissuto le istituzioni senza mai confonderle con il salotto di casa.
Come quando racconta del Re di Svezia, Gustavo VI Adolfo. Da bambino, Fioroni lo incontrava vicino al mattatoio comunale, dove d’estate accompagnava il padre. «Lì vedevo questo signore anziano, semplice nei modi, che lavava gli attrezzi accanto alla pozza, e io gli davo una mano: pulivo i cocci, sistemavo gli strumenti, imparando quasi senza accorgermene il rispetto per le cose antiche, per la pazienza della ricerca, per il valore della memoria custodita nella terra». Solo più tardi scoprirà che quell’uomo era il Re di Svezia.
Anni dopo, da sindaco, quello stesso ragazzo si ritroverà a ospitare i sovrani di Svezia per l’inaugurazione della piazza dedicata al nonno. «Ci fu anche una serata in mio onore. E lì si consumò una piccola tragedia, almeno per noi: mia moglie si trovò a dover ballare con il re, io con la regina, e nessuno di noi era minimamente capace di farlo. Ricordo ancora Andreotti e Cossiga che ridevano da morire davanti a quella nostra schiettezza così provinciale». Ma è proprio lì, in quella goffaggine disarmante, che si nasconde la vera aristocrazia del servizio: la capacità di restare se stessi, con i propri limiti, anche quando il protocollo ti vorrebbe di marmo.
Il giorno dopo, dopo l’inaugurazione, fecero anche la visita di Norchia, uno dei luoghi rupestri più significativi del territorio. «Lì organizzammo un pranzo all’aperto, molto semplice. Ci togliemmo la cravatta e la giacca e mangiammo vicino ai pastori, con grande semplicità, ma anche con un senso vero di umiltà e di fratellanza. È uno di quei momenti in cui capisci che il rango istituzionale, quando non si irrigidisce nel cerimoniale, può lasciare spazio a una relazione umana più autentica».
Il tradimento del 1995, gli ottanta voti e la mattina dopo al Gemelli
Ma la politica, quella vera, lascia i lividi. E Fioroni non li nasconde. Racconta il tradimento del 1995, quando la sua Democrazia Cristiana decide di non presentarsi a Viterbo, lasciandolo solo. «Tornavo dall’accettazione della candidatura nel listino di Piero Badaloni, candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione Lazio, mio caro amico e fratello scout, quando appresi che la direzione provinciale della Democrazia Cristiana aveva deciso che la lista della DC non si sarebbe presentata alle elezioni comunali di Viterbo. Per me fu un colpo durissimo».
Scopre, per di più, che molti di coloro che avevano condiviso con lui il lavoro amministrativo si erano candidati con l’ex sindaco, uscito di scena nel 1985 e tornato a ripresentarsi alla guida di una lista del CCD. «Confesso che lì avvertii qualcosa che aveva il sapore insieme di tradimento e di abbandono. Mi sembrò il gesto di chi pensa di dover scendere dalla nave appena immagina che non stia più andando verso lidi favorevoli».
A quel punto compie una scelta che per lui fu insieme istintiva e meditata: ritirò la sua candidatura dal listino regionale e andò a Roma. Convince Rocco Buttiglione e Gerardo Bianco che Viterbo meritava di potersi presentare ancora sotto lo scudo crociato. «Accettai così di ripresentarmi candidato sindaco di Viterbo, pur sapendo che si trattava di una battaglia quasi disperata».
Fu una campagna molto dura. «Subii un martellamento di stampa che mi colpì profondamente. In quei giorni mi sorressero soprattutto mia madre, la mia famiglia e gli amici più stretti. Ricordo ancora gli sghignazzi, i titoli, le frasi lasciate cadere con disprezzo: si scriveva che non avrei preso nemmeno il tre per cento, che non avevo capito che era venuto il tempo di farmi da parte».
Poi, però, arrivò il voto. «Io ottenni più del ventitré per cento. L’ex sindaco che si era presentato con il CCD restò fermo intorno al cinque o sei per cento. Non andai al ballottaggio per appena ottanta voti». Solo dopo comprese che quel mancato approdo al secondo turno era dipeso anche dal fatto che molti consiglieri circoscrizionali dell’area di destra avevano dato indicazione di sostenere il candidato della sinistra, ritenendolo più facile da battere. «Era, paradossalmente, la conferma che chi vive davvero un territorio, al di là dei giornali e delle rappresentazioni costruite, ne avverte il polso reale».
La soddisfazione più sobria, ma forse anche più vera, arrivò dopo. «Quegli stessi giornali che mi avevano trafitto con giudizi sprezzanti furono costretti a riconoscermi pubblicamente come il vero vincitore morale di quella battaglia». E maturò una scelta ulteriore, forse ancora più importante della stessa prova elettorale: «Riunii i miei elettori e dissi con chiarezza, alla luce del sole, che avremmo votato per il candidato della sinistra e non per quello della destra. In quel gesto, condiviso apertamente e senza ambiguità, si profilò a Viterbo il primo embrione di ciò che sarebbe poi diventato il centrosinistra e, più avanti, l’Ulivo».
Davanti all’esclusione dal ballottaggio, sua madre trovò le parole giuste: «Si è chiusa una porta, si aprirà un portone». Il giorno dopo tornò al suo lavoro al Policlinico Gemelli. Niente drammi, niente scorte blindate.
Il ministro che va a scuola senza scorta
È la stessa bussola morale che lo guida quando diventa ministro dell’Istruzione. E qui il libro si arricchisce di episodi che hanno il sapore della cronaca e della pedagogia civile.
Come quando, da ministro, va personalmente in un liceo di Roma durante una serie di occupazioni studentesche. «Andai personalmente senza scorta e senza preavviso. Bussai alla porta, i ragazzi chiesero chi fosse, e io risposi semplicemente: “Sono il Ministro della Pubblica Istruzione, vorrei parlarvi”. Ci fu un momento convulso, segnato da tensione e disorientamento; poi, però, restammo insieme per ore, in un’assemblea lunga, vera, senza schermi. L’occupazione si chiuse il giorno dopo, non perché avessi imposto una soluzione, ma perché il dialogo e il riconoscimento delle ragioni profonde di quella protesta seppero disinnescare il conflitto».
O come a Bologna, durante una fase molto tesa sulla questione dei precari. «Era stato dichiarato uno sciopero della CGIL, a cui aderirono diverse organizzazioni studentesche, contro le politiche del ministro, e il prefetto mi chiamò dicendo che mi avrebbe mandato la scorta per farmi arrivare nella piazza principale. Io risposi che non ce n’era bisogno. Mi feci lasciare lungo la via principale, in una giornata caldissima, e attraversai la piazza parlando con le persone che avrei dovuto trovare ostili. Mi fermavano, mi chiedevano: “Ma sei il ministro?”. E io continuavo a discutere, a spiegare, a confrontarmi».
Lo stesso atteggiamento lo ebbe con i ragazzi di Azione Giovani, che avevano affisso manifesti con la sua immagine colpita da proiettili. «Tutti erano spaventati, ma io li convocai e discutemmo apertamente. Spiegai che personalmente non lo vivevo come una intimidazione. Da allora restammo in ottimi rapporti. Oggi alcuni di quei ragazzi siedono nelle istituzioni».
E poi c’è l’episodio della scuola in un paese della provincia di Caserta, in una terra profondamente segnata dal potere criminale. «Il giorno dell’inaugurazione i bagni furono oggetto di gravi atti vandalici. Sembrava quasi restituire, in forma brutale, la natura del conflitto: da una parte lo Stato che prova a rendersi visibile e concreto, dall’altra un potere criminale che tenta di riaffermarsi attraverso l’intimidazione e il sabotaggio». Ma Fioroni decide di inaugurare comunque la scuola. «Per me quella scelta aveva un significato molto chiaro: dare un segnale forte a tutta la comunità, far capire che lo Stato c’era, che non poteva lasciarsi intimidire. Mi tornava alla mente ciò che Giovanni Falcone amava ripetere: la mafia sarà vinta da un esercito di maestri».
E il bullismo. «Quando vidi il video di quel ragazzo disabile che venne bullizzato in una scuola di Torino, mentre intorno si rideva e gli adulti presenti si voltavano dall’altra parte, sentii che non si poteva restare neutrali. Andai personalmente a Torino, perché quella scena rappresentava qualcosa di più di un episodio di cronaca: mostrava l’indifferenza, il menefreghismo, la rottura del patto educativo».
La bioetica, Ratzinger, Ruini e quel Family Day
Il libro non evita nemmeno i terreni più scivolosi. Come la bioetica e la fecondazione assistita. «Mi ha sempre spaventato un Parlamento che pretenda di fare ricette su questioni che toccano così profondamente la vita umana». In quella stagione si trovò a confrontarsi con due figure eminenti della Chiesa. «Da una parte vi era il cardinale Camillo Ruini, fermo nella convinzione che non si dovesse scrivere nulla che oltrepassasse il perimetro della dottrina. Io, invece, sentivo il dovere di ripetere una formula che per me era necessaria: non dovevamo essere sepolcri imbiancati, ma correggere ciò che era indispensabile modificare».
«Dall’altra parte incontrai il cardinale Ratzinger, titolare del Santo Uffizio: un uomo di intelligenza finissima, vigile, curioso, capace di andare in profondità. Alla fine degli incontri lo vedevo raccogliersi in preghiera, quasi a ricondurre tutto a un punto più alto e più essenziale. In lui restavano insieme la grandezza del pensiero e l’umiltà del credente».
E poi c’è il Family Day. «Da ministro del governo partecipai al Family Day promosso dai principali movimenti cattolici. Lo feci con piena consapevolezza, perché non accettavo l’idea che la difesa della famiglia potesse essere lasciata alla destra, spesso peraltro predicata da pulpiti non sempre all’altezza delle storie personali di chi parlava. Ma non accettavo nemmeno che il centrosinistra, e io con la mia storia dentro di esso, dovesse apparire distratto o insensibile di fronte a un tema così decisivo come quello della famiglia».
E un ricordo che custodisce con particolare gratitudine: «In occasione del Convegno ecclesiale di Verona, ebbi modo di accompagnare Benedetto XVI alla partenza. Fu allora che mi fece un dono per me quasi impensabile: consentì che portassi con me mia madre, donna semplice e umile, ma profondamente formata nella vita ecclesiale. Benedetto XVI volle parlare con lei a lungo, per oltre venti minuti. Ricordo ancora mia madre, commossa fino alle lacrime, al termine del colloquio».
E poi quello scambio con Franco Marini: «Santità, posso presentarle il ministro Fioroni?». E Benedetto XVI rispose: «Il miglior ministro di questo governo lo conosco, lo conosco bene». «Per me fu un momento di grande consolazione, dentro una stagione tutt’altro che semplice».
La Commissione Moro, Mattarella e quel ristorante «Scusate il ritardo»
Il libro attraversa anche la Commissione Moro, che Fioroni ha presieduto. «Non si trattava soltanto di tornare su una delle pagine più laceranti della storia repubblicana, ma di esporsi ancora una volta a una ferita che il tempo non aveva chiuso». E ha un ricordo precisissimo del giorno del rapimento: «Tornavo da una esercitazione di anatomia al Gemelli, insieme a un compagno. Eravamo lungo via della Pineta Sacchetti, poco prima di scendere verso via Stresa e poi verso via Mario Fani, quando fummo fermati. Avevamo con noi una busta con alcune ossa usate per l’esercitazione, e ricordo ancora lo stupore di chi ci controllò e ci chiese perché andassimo in giro con quelle ossa. È un’immagine che non ho più dimenticato: la normalità quasi crudele di una mattina universitaria che, nel giro di pochi istanti, si trasformava nel giorno più lacerante della nostra democrazia».
E poi c’è la spinta per Mattarella al Quirinale. «Quando, al termine del secondo mandato di Napolitano, si aprì il passaggio delicatissimo del Quirinale, maturai la convinzione che fosse arrivato il tempo di un Presidente della Repubblica di espressione cattolico-democratica. Per questo promossi un incontro al ristorante “Scusate il ritardo”, in piazza del Pantheon. Quel nome che, in quella circostanza, aveva quasi un valore simbolico, perché sentivamo tutti che si fosse già accumulato troppo ritardo nel restituire al Paese una figura di quella tradizione e di quella statura. A quell’incontro parteciparono più di cento parlamentari».
E Franco Marini? «Dopo il primo mandato di Napolitano, Franco Marini era il candidato naturale alla Presidenza della Repubblica. Alle prime tre votazioni non raggiunse il quorum richiesto. Alla quarta, però, la situazione sarebbe potuta cambiare davvero. Il sostegno di Forza Italia e di una parte consistente del centrodestra era sostanziale, e Franco avrebbe potuto essere eletto. Fu allora che emerse il punto più doloroso. I franchi tiratori interni al centrosinistra, insieme al bombardamento politico che in quella fase arrivava anche da Renzi, resero evidente che quell’elezione, pur possibile, avrebbe potuto lasciare dietro di sé una frattura profonda. Franco comprese tutto questo prima di molti altri e fece un passo di lato. Non un passo indietro dettato dalla debolezza, ma un atto di responsabilità, compiuto per evitare che l’elezione del Capo dello Stato si trasformasse in una lacerazione irreparabile della comunità politica».
Il no a Berlusconi, lo specchio del mattino e il «surfismo» della politica
È la stessa bussola morale che lo guida nel 2011, quando il sistema sta per collassare e dal centrodestra gli offrono il mondo: vicepresidenza del Consiglio, Ministero dell’Interno, poltrone per i suoi amici. «Berlusconi si disse disponibile ad accogliere il mio sostegno, mettendo sul tavolo la vicepresidenza del Consiglio, il Ministero dell’Interno e alcuni incarichi di sottogoverno per l’area che faceva riferimento a me. Gianfranco Rotondi ne è testimone diretto e, ancora oggi, considera forse inspiegabile il mio rifiuto».
«In quel momento compresi ancora una volta che la coerenza non si misura nelle dichiarazioni pubbliche, ma la mattina, davanti allo specchio, mentre ti lavi il viso. Se in quel gesto quotidiano non provi vergogna, allora vuol dire che sei ancora in pace con la tua coscienza. Se invece senti di esserti separato da ciò in cui hai creduto, allora quel senso di vergogna te lo porti dietro a lungo, e nessun incarico riesce davvero a riscattarlo».
E da qui parte la sua critica feroce ai politici di oggi, che lui definisce “surfisti”. «È una politica adattiva e reattiva, priva di un asse culturale stabile, che non orienta gli orientamenti collettivi ma li insegue. Assume la variabilità degli umori sociali, dei sondaggi e delle metriche digitali come principio regolativo della propria condotta, ricalibrando continuamente linguaggi, posture e priorità in funzione del consenso immediato più che di una visione meditata».
Ha parole durissime per Renzi: «La forza di quella fase non si radicò nell’elaborazione di un pensiero riformista robusto. No, quella stagione si affermò facendo leva su un giovanilismo assunto come valore in sé, quasi fosse sufficiente la novità anagrafica a garantire anche la novità politica. Ma la freschezza, da sola, non basta». E per la “rottamazione”: «Divenne così l’elemento scaturente e, nello stesso tempo, assolvente: bastava evocarla per apparire nuovi, senza dover dimostrare pienamente in che cosa consistesse davvero quella novità».
E per Schlein: «Con la quale il Pd diventa un partito attraversato da molteplici sfumature di sinistra, nel quale entra anche ciò che era esterno alla concezione originaria del Partito Democratico: il movimentismo, la sinistra massimalista».
Il Campo Deasperiano, la sfida dei giovani e quel «nessuno in panchina»
Ed è qui che si innesta il Campo Deasperiano, che per Fioroni non è una nostalgia ma una necessità. «Un centro non topografico, ma culturale e civile: un luogo di equilibrio dinamico, capace di unire competenza, pragmatismo, apertura al dialogo, radicamento sociale e senso delle istituzioni. De Gasperi resta importante non perché ci consegni una formula da restaurare, ma perché ci ricorda che la politica democratica ha bisogno di sobrietà, di visione e di istituzioni. Ha bisogno di classi dirigenti che non vivano di sola tattica».
Ma il cuore del libro, forse, sta nella sfida dei giovani. «I giovani non sono apolitici. I giovani, al contrario, amano la politica, avvertono il bisogno della politica, ne cercano persino il senso. Ma per poterci credere hanno bisogno di poterla abitare davvero. Vogliono partecipare, non essere semplicemente contati».
E qui torna il Papa, Leone XIV, con quelle parole che lo hanno colpito profondamente: «Nessun giovane deve essere lasciato in panchina. È una immagine immediata, quasi fisica, e per questo potentissima. Dice che la politica, come la società, si ammala quando trasforma intere generazioni in spettatrici. Quando ai giovani si chiede soltanto di applaudire, di adattarsi, di attendere il loro turno in un tempo che non arriva mai, allora non si produce semplicemente una frustrazione privata: si genera una frattura pubblica. Perché ogni giovane escluso dall’orizzonte della responsabilità è una promessa civile mancata. E una democrazia che mette in panchina i suoi giovani, in realtà, mette in panchina il proprio futuro».
E poi c’è l’ambiente, San Francesco, l’intelligenza artificiale. «Francesco, in fondo, è il santo dell’essenziale, il santo che più di ogni altro ha saputo consegnare all’Occidente un’idea alta della custodia del creato: non come possesso, non come dominio, non come sfruttamento, ma come fraternità, misura, relazione». E l’IA: «L’intelligenza artificiale deve restare a servizio dell’uomo e non porsi come sua sostituzione simbolica o pratica. Non può diventare la caricatura di un uomo che pretende di farsi dio, di generare da sé il pensiero, di fabbricare un’intelligenza svincolata da ogni responsabilità morale».
Il fiammifero di Raoul Follereau
Chiudendo il libro, ti torna in mente l’ultima immagine che Beppe affida ai giovani, rubandola a Raoul Follereau e alla sua lotta contro la lebbra. «A me ha sempre colpito, quand’ero scout – lo raccontavo ai miei lupetti – il racconto di Raoul Follereau sulla lotta alla lebbra. Una cosa straordinaria, terribile, difficilissima. Eppure raccontava che, in quel teatro di Parigi, dove tutti si domandavano che cosa si potesse fare contro una piaga così disumana, fece spegnere tutte le luci e disse: adesso chiunque abbia un fiammifero lo accenda. E cominciarono tutti ad accendere quella piccola fiammella, e quel teatro brillò di luce».
«Ecco: se ciascuno di noi, invece di domandarsi se da solo sconfiggerà il male, desse il proprio piccolo contributo, quel piccolo contributo porterebbe a una sconfitta del male».
La politica, ci dice Fioroni, è quel fiammifero. A patto che tu non lo usi per darti fuoco, o per incendiare la casa del vicino. A patto che tu lo usi per illuminare, anche solo per un istante, il volto di chi ti sta accanto. E per avere il coraggio, domani mattina, di guardarsi allo specchio. E di non provare vergogna.
In un Mezzogiorno che conosce bene il dolore dell’abbandono e la bellezza della resistenza, le parole di Fioroni risuonano come un campanello d’allarme e come una carezza. Ci ricordano che la democrazia non si salva con le leggi elettorali o con i feticci della stabilità, ma con la pazienza maieutica di chi sa che il bene comune è un cantiere sempre aperto. E che, come diceva Baden-Powell, «siate pronti». Siate pronti alle difficoltà della vita. E abbiate come impegno quello di provare, fin dalle piccole cose, a lasciare il mondo non peggiore, ma migliore di come lo avete trovato.



