Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una mamma che combatte per sé stessa e per suo figlio nella nostra Regione.
Per anni ho convissuto con una patologia mentale, con la depressione e con altre fragilità che mi sono portata addosso in silenzio.
E come accade spesso a chi soffre, invece di ricevere comprensione, mi sono sentita dire: “Sei pazza”, “Hai qualche rotella fuori posto”.
Parole che fanno male.
Perché nessuno sa davvero quanta fatica serva per alzarsi ogni mattina quando la mente combatte contro di te.
Nessuno sa quanto coraggio ci voglia per continuare a vivere cercando di sembrare “normali” agli occhi degli altri.
Sì, a volte ho reagito male.
A volte ho urlato.
A volte il dolore è uscito in modo sproporzionato dopo essere stata ferita, umiliata o trattata senza rispetto.
Ma una reazione non definisce una persona.
E una malattia mentale non cancella né l’intelligenza, né la sensibilità, né il valore umano di chi ne soffre.
Il punto più doloroso, però, è quando questa sofferenza attraversa anche la vita dei tuoi figli. Perché in quel momento comprendi perfettamente che per loro — e per te — non sarà facile. Sai già cosa significhino gli sguardi, i giudizi, le parole cattive dette con superficialità.
Sai quanto possa essere dura sentirsi etichettati invece che compresi.
E allora il dolore cambia forma: non soffri più soltanto per te stessa, ma per la paura che anche i tuoi figli debbano sentirsi “sbagliati” in un mondo che troppo spesso non sa accogliere la fragilità umana.
Non bisogna vergognarsi di una patologia mentale, qualunque essa sia.
Ci si dovrebbe vergognare, invece, della cattiveria con cui certe persone giudicano ciò che non conoscono.
A chi non ha mai vissuto questa sofferenza chiedo soltanto rispetto. La depressione e i disturbi mentali non passano con un’aspirina.
Richiedono forza, pazienza, cure e amore.
E chi combatte questa battaglia ogni giorno merita sostegno, non isolamento.
Perché quando deridete, giudicate o ghettizzate una persona che soffre mentalmente, non la state soltanto ferendo.
La state uccidendo due volte.



