In Basilicata l’economia continua a essere raccontata più per riflesso culturale che per analisi. Prima si decide che “va tutto male”, poi si scelgono i numeri utili a dimostrarlo. Il resto viene ignorato.
Eppure i dati ufficiali più recenti – quelli rivisti e certificati – raccontano una realtà meno cupa. La revisione dei conti territoriali ha corretto al rialzo il PIL regionale e mostra una crescita nel biennio 2022–2024. Non è un cambio di paradigma, ma è sufficiente a smontare l’idea di una regione ferma o condannata.
Ancora più rilevante è ciò che spesso non si dice: al netto dell’automotive e delle estrazioni, l’economia lucana tiene ed è in lieve crescita, come emerge anche dalle analisi congiunturali. È una dinamica che riguarda industria diffusa, servizi, piccole e medie imprese. Non fa rumore, ma è reale.
Questo dato, però, fatica a entrare nel dibattito pubblico. Perché richiede una lettura meno ideologica e più complessa. Così opposizioni politiche, associazioni di categoria e sindacati finiscono spesso per partire da una convinzione predefinita: se non c’è emergenza, non c’è notizia; se non c’è crisi, non c’è spazio politico.
I sindacati, in particolare, sembrano aver progressivamente spostato il baricentro: meno attenzione ai processi produttivi reali e più propensione a usare l’economia come strumento di pressione politica. Una scelta legittima, ma che rischia di lasciare i lavoratori senza una visione sul futuro, oltre la denuncia.
Le discussioni locali e social seguono lo stesso schema. Il dato negativo, anche se parziale, diventa titolo. Quello positivo, se esiste, viene trattato come un’anomalia o come un dettaglio tecnico. La complessità non paga, la rassegnazione sì.
Ed è qui che riemerge, puntuale, Carlo Levi. Non come autore da rileggere, ma come categoria mentale. L’idea di una Basilicata immobile, destinata a subire, incapace di emanciparsi dal proprio destino. Un’immagine potente, storicamente comprensibile, ma che continua a essere usata come lente unica per leggere il presente.
Il problema non è Levi.
Il problema è che molti continuano a rincorrerlo, perché la rassegnazione è più comoda del riscatto e il racconto del declino è più semplice dell’analisi dei segnali, anche quando sono deboli ma incoraggianti.
Nessuno sostiene che la Basilicata stia vivendo una stagione di crescita robusta. Ma negare ogni elemento positivo, ignorare i dati che non confermano la tesi del disastro, significa rinunciare in partenza a qualsiasi idea di governo dello sviluppo.
Forse il vero limite non è economico.
Forse è culturale.
E finché continueremo a leggere la Basilicata solo con gli occhiali di Levi, continueremo a non vedere ciò che, lentamente, prova a muoversi.



