C’è una linea che, in questa vicenda, separa nettamente chi una norma l’ha voluta a tutti i costi e chi si è trovato a doverne gestire le conseguenze politiche quando il caso è esploso. Ed è una linea che porta dritta al Presidente della Regione.

Secondo quanto ricostruito da fonti interne, Vito Bardi non ha mai condiviso fino in fondo la norma sulle indennità differite, diventata nel giro di poche ore un detonatore mediatico. Una disposizione fortemente spinta da una parte della maggioranza consiliare, approvata senza particolari ripensamenti interni e poi difesa con crescente affanno quando la questione è uscita dalle aule del Consiglio.

Il Presidente avrebbe potuto scegliere la strada più semplice: restare defilato, lasciare che fossero i consiglieri a spiegare una norma che li riguardava direttamente, prendere tempo. Non lo ha fatto. E non per calcolo, ma per necessità politica.

Chi conosce il metodo di Bardi sa che non è mai stato entusiasta di norme che rischiano di apparire più vantaggiose per la politica che per i cittadini, soprattutto in una regione dove ogni scelta viene inevitabilmente misurata sul piano dell’equità e dell’opportunità. Ed è proprio per questo che, quando la polemica ha iniziato a montare, il Presidente ha deciso di intervenire.

Non per difendere la norma, ma per metterla in sicurezza. Le indicazioni arrivate ai gruppi sono state inequivocabili: eliminare la retroattività, separare in modo netto qualsiasi meccanismo contributivo dai fondi sociali, chiarire senza ambiguità il carattere volontario del sistema. Una riscrittura politica, prima ancora che tecnica.

Dietro questa scelta c’è una valutazione che in molti, nella maggioranza, hanno sottovalutato: senza un intervento diretto del Presidente, il centrodestra lucano avrebbe rischiato di andare in ordine sparso, tra difese improvvisate, distinguo tardivi e messaggi contraddittori. Uno scenario che avrebbe esposto l’intera coalizione a un logoramento inutile.

Bardi ha scelto un’altra strada. Ha preso in mano una situazione che non aveva cercato e che, anzi, non condivideva pienamente, per evitare che una norma divisiva diventasse un caso politico ingestibile. Un ruolo da argine più che da promotore, da garante più che da sponsor.

È una dinamica che racconta molto dei rapporti interni alla maggioranza e del peso politico del Presidente. Perché, al netto delle polemiche, senza il suo intervento correttivo il centrodestra sarebbe rimasto esposto, disordinato, vulnerabile. E in politica, soprattutto quando il vento cambia, questa differenza conta più di qualsiasi dichiarazione ufficiale.